martedì 24 gennaio 2017

La visone di Sharon, una pace possibile e i principi della democrazia

“La visione di Sharon, una pace possibile e i principi della democrazia”. Di Carlo Vivarelli. Grosseto, 23 gennaio 2017. Non esiste dubbio alcuno che la decisione di Sharon di disimpegnare Israele da Gaza toccava uno dei nodi cruciali non solo della questione israeliana, ma anche quello, in realtà, che riguarda qualsiasi Nazione: la concezione di una Nazione posta all’interno di un territorio delimitato. Così come non esiste un’identità personale senza dei limiti, non può esistere una Nazione senza dei confini. Israele e la sua democrazia, questa la profonda intuizione di Sharon, non poteva esistere al di fuori di una definizione di confini chiari, che ponessero un limite territoriale alla democrazia ebraica (sorvoliamo per brevità sul fatto e la questione che Israele è in realtà una Nazione/Stato dentro la quale i musulmani sono numerosissimi). Essa definizione e la delimitazione di ciò che è dentro e di ciò che è fuori da Israele ed in esteso di ciò che è interno o esterno da una qualsiasi Nazione, l’autodichiarazione dell’ampiezza del territorio, avrebbe innanzi tutto tolto agli Stati e ai gruppi come Hamas che vogliono la distruzione di Israele, uno dei loro argomenti principali: che Israele sia in realtà un corpo statale in perenne movimento e ampliamento, un mostro coloniale pronto a inglobare territori all’infinito. L’altra conseguenza, sarebbe stata quella di mostrare ancor più chiaramente come in realtà, sulla pelle degli arabi di Gaza (non so in quale altro modo chiamare quella popolazione), si gioca una partita internazionale nella quale interi regimi come quello sciita iraniano trovano la giustificazione, in parte, della loro stessa esistenza. Affermare, da parte del popolo e della Nazione israeliana: “questo è il nostro territorio, gli altri non ci appartengono né ci devono appartenere”, sarebbe stato non un punto di debolezza, ma una dimostrazione di grande forza identitaria. Dire Noi è anche dire Loro, e dire “Noi siamo una Democrazia con un territorio definito” definisce, tramite i principi della democrazia, cosa democrazia non è. A partire da questa dichiarazione di Israele, i deliri di Hamas e dell’Iran sulla distruzione di Israele si sarebbero rivelati un boomerang sia riguardo alle popolazioni degli Stati nemici di Israele, sia riguardo alle Nazioni e alle popolazioni delle Nazioni amiche. Un effetto che, dopo il 20 Novembre 2017, con l’insediamento del nuovo Presidente degli USA, avrebbe avuto un’enorme eco, le cui conseguenze nel tempo sarebbero state positivamente incalcolabili. Non sfugga che, invece, in presenza dell’odierna continuazione della costruzione di insediamenti a Gerusalemme Est, Trump e Israele vengono visti come gli eterni colonialisti, che usano la parola democrazia come una vile e violenta scusa. Mentre, in presenza di confini sanciti ed inalienabili, lo spostamento dell’Ambasciata USA a Gerusalemme Ovest sarebbe stata vista come un’ovvietà, seguito probabilmente da altre ambasciate. Sarebbe stato facile e giusto, a partire dalla delimitazione dei confini, sostenere che Gerusalemme Ovest è l’ovvia capitale della Nazione Israeliana, perché non c’era l’intenzione di annettere tutta Gerusalemme. In prospettiva, la stessa Gerusalemme sarebbe potuta divenire, seppur divisa, sia la capitale sia della Nazione israeliana, sia moralmente anche di una Palestina, Stato o non stato non importa, ma anche di una visione di Pace: essa città sarebbe potuta divenire ancora di più un simbolo, già di quanto non sia adesso. Chi scrive non è un credente, ma tutti avrebbero visto Gerusalemme come una città laicamente sacra, la città della pace, seppur una pace tutta da costruire, una pace però minacciata dagli stati e dai gruppi integralisti islamici e non, ma non dallo Stato democratico israeliano: un passo in avanti enorme, e per questo riguardo non solo simbolicamente. Ad osservare la cascata di avvenimenti degli ultimi giorni, l’occasione persa è veramente grande, e le sue conseguenze sono brucianti: un confine certo a Gerusalemme avrebbe dato al gesto di Trump un altro sapore, mentre l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA rischia adesso di essere vissuta, dalla popolazione musulmana, come uno dei tanti gesti probabilmente intollerabili. Immaginiamo, invece, se il 45° presidente USA avesse dato esso annuncio, convocando contemporaneamente un incontro tra Israele e Fatah, ridicolizzando i tagliagole di Hamas e i terroristi di Teheran, che si sarebbero trovati in mano il cerino di un arricchimento dell’uranio a scopi militari che tutto il pianeta avrebbe visto come insostenibile. Adesso, invece, un’eventuale annuncio di autodefinizione delle frontiere da parte di Israele, anche se assolutamente necessario e non più rinviabile, sarebbe visto come una chiara vittoria di Hamas, il che ne aumenta a dismisura, visti i continui omicidi ed attentati, la difficoltà di attuazione. Sono convinto che il criminale radicalismo dell’Iran, di Hamas, e di altre componenti del mondo islamico, trovi la sua controparte in altrettanto deliranti visioni di alcuni gruppi e partiti all’interno di Israele, che si alimentano, come i loro contraltari islamici, della stessa crisi e dello stesso processo di radicalizzazione. Gli estremisti violenti devono essere fatti tacere ovunque, e tenere dritta la barra sulla definizione dei confini israeliani avrebbe avuto anche questo effetto. Non si trattava di dare terra in cambio di pace, ma di affermare la democrazia contro la barbarie: ogni razzo verso Israele non sarebbe stato visto come un atto se pur criminale come atto intriso di resistenza ad un invasore, ma solo per quello che è: un gesto di morte. Processo contemporaneo alla definizione di confini è la definizione dei concetti di democrazia nazionale. Israele, con la definizione dei confini aveva l’occasione di delineare con chiarezza anche i concetti democratici della propria Nazione, sui quali basare, e questo sarebbe stato, e speriamo che sarà, un effetto pratico di enorme portata, i concetti tramite i quali dialogare, quando e quanto possibile, con gli altri protagonisti mediorientali, e non solo con loro. Puntiamo qui per brevità l’attenzione su una parte dei principi che costituiscono una concezione democratica: il diritto di uomini e donne ad avere una vita libera personale e sessuale, una vita degna di questo nome, una vita che comprenda per uomini e donne l’uguaglianza di fronte alle leggi, e la separazione irrinunciabile, senza la quale la democrazia non può nemmeno nascere, tra l’amministrazione di una Nazione (non uso la parola Stato, che considero altamente negativa) e le strutture e le organizzazioni di qualsivoglia religione. E’ da subito evidente che soltanto accennare a questi principi esclude in pratica dalla possibilità di considerare paesi degni di questo nome, in quanto non democratici, sia tutte le teocrazie religiose, Iran e Arabia Saudita in testa, sia la gran parte degli Stati islamici (Stato qui è una parola negativamente adeguata). Una concezione democrazia vede nella libertà personale di scelta e sessuale di uomini e donne uno dei suoi pilastri: ci risulta ad esempio che nel mondo le spose bambine, ogni anno, siano decine di milioni, fatto questo che non esisto a definire un genocidio. I vari concetti legati a quello di democrazia, che qui elencare e descrivere sarebbe troppo lungo, sono in fusione con il concetto di confine e di popolazione. Il concetto di confine, il suo ruolo reale ed irrinunciabile di contenitore di principi, di valori, di una visione del mondo, negli ultimi decenni è stato insultato ed attaccato in ogni modo, dai criminali antidemocratici in giacca e cravatta, Hussein Obama in testa, che la Storia ricorderà per essere stato un distruttore della democrazia. In realtà, i confini trovano la loro sacralità laica, o se vogliamo la loro efficacia pratica, nel fatto che solo all’interno di un territorio dove esistono ben determinate popolazioni, è possibile che dati principi democratici possano esistere. Per questo i feroci nemici della democrazia hanno fatto nascere il genocida concetto della “libertà di emigrazione”, una follia dietro e dentro la quale si cela, a dire il vero ben visibile, la volontà delle elite economiche e finanziarie occidentale di distruggere, insieme alle frontiere, la possibilità dei popoli nativi democratici di difendere, perché sottoposti ad invasione, i loro residui diritti. Adesso appare a chiunque del tutto ovvio che se nei territori democratici d’Europa si fanno entrare decine di milioni di musulmani, che non hanno nemmeno la più vaga idea di che cosa significhino i concetti di diritto, di libertà femminile e di libertà individuale contro le leggi religiose, il risultato sarà la distruzione della democrazia, dei diritti femminili e individuali in genere, e la distruzione della possibilità da parte più povera (ma non solo) delle popolazioni di difendersi dal sopruso delle elite commerciali ed economiche e dalle mafie islamiche ed estere in genere, che organizzano, in complicità con le mafie autoctone, vedi caporalato, l’immigrazione dall’estero. Un esempio per capire l’importanza del collegamento tra i principi democratici, la popolazione che li fa vivere e i confini di una Nazione: proviamo a immaginar se Israele consentisse la libera immigrazione da Gaza, dalla Giordania e dall’Egitto: sarebbe la guerra dopo poche ore, ovviamente. E lo stesso è accaduto ed accade in Europa, dove intere parti del continente sono islamizzate o invase da popolazioni organizzate da organizzazioni criminali. Il risultato sono quelli che non sono da definire attentati terroristici, ma atti di guerra dichiarata. I principi della democrazia non sono stupidaggini, ma concetti solidi, pratici, reali: nei territori islamici non esiste democrazia, né forse mai esisterà. Sta ad essi popoli dimostrare il loro avvicinamento alla democrazia, il loro sviluppo interno, collettivo, democratico, la loro secolarizzazione, non a noi occidentali. Noi, Loro. Senza un confine territoriale definito, non esiste nessun concetto democratico applicabile nella realtà, ma non esiste nemmeno la possibilità di ridefinire i rapporti e l’azione internazionale di una Nazione. Chi scrive sostiene, come Oriana Fallaci, che l’ONU è un’organizzazione islamica e islamizzante. Il crimine di aver nominato all’interno dell’ONU i volgari tagliagole dell’Arabia Saudita supervisori dei Diritti Umani è un atto di follia criminogena che non ha limiti. Gli ultimi fatti dell’Unesco non sono altro che l’ulteriore dimostrazione pubblica del collaborazionismo islamico di Obama, colui che ha dato il via, parlando alla Moschea de Il Cairo, alle “primavere arabe”, che altro non erano che Inverni Islamisti, e che ha creato, e per questo le democrazie mondiali dovrebbero processarlo, il Califfato, che senza il via libera USA mai sarebbe nato. Il Califfato, questo lager di sterminio islamico con cui la Clinton voleva creare uno stato sunnita in contrapposizione di uno sciita rappresentato da Teheran. Israele, nella sua azione internazionale, avrebbe potuto avere, in presenza di confini certi, una voce molto più autorevole, e la sua uscita dall’Onu avrebbe inferto a questa organizzazione, che non ha più senso di esistere, un colpo mortale: i democratici, quelli veri, di tutto il mondo, avrebbero visto questo gesto come quello di una liberazione dall’incubo del Palazzo di vetro, un abominio che dura dal 1947 che deve essere sostituito dalla Federazione Democratica Mondiale. Noi democratici non abbiamo niente a che fare né con le teocrazie islamiche, né con il Vaticano, né con la Cina comunista, né con le mafie, da dovunque esse provengano. Noi democratici vogliamo una guerra contro queste entità criminali e criminogene: il “presidente cinese”, un volgare bandito, ha parlato pochi giorni fa per un’ora a Davos, di fronte ai collaborazionisti industriali e finanziari: quel signore doveva essere arrestato, o meglio, mai avrebbe dovuto avere la possibilità di mettere piede in Europa. Tanto giovane è ancora la democrazia, e stupida, che si fanno parlare i dittatori, invece di assicurarli ad una Corte di Giustizia Internazionale. Il millennio scorso ha avuto nell’inizio di questo la coda criminale di Obama, della libertà delle frontiere, del furto di bambini comprati per compiacere agli omosessuali ricchi, come se fossero bambole di pezza, del libero mercato come instaurazione della dittatura delle multinazionali e dei miliardari africani ed asiatici in spregio al diritto di sopravvivenza di miliardi di persone. Questo millennio può essere il millennio delle Nazioni e della Democrazia. Israele ha la grande occasione di mostrare la sua forza a tutto il mondo, disegnando, in via definitiva, i propri confini: ha tutto il diritto di farlo, perché è una nazione circondata dalla barbarie delle NON democrazie islamiche: noi democratici siamo superiori ai non democratici, Noi abbiamo una civiltà, Loro no, con le parole di Oriana Fallaci. Essere democratici da il diritto, risultante viva di secoli di storia, di mettere in pratica la democrazia, disegnando i propri confini, e consente anche il diritto di pretenderla dagli altri popoli del mondo. Un confine non è un limite entro il quel soffocare, ma una linea dalla quale partire e creare un mondo nuovo e migliore. Un confine apre la porta, non la chiude. Le Nazioni democratiche, ed anche Israele, hanno tutto il diritto di muovere azioni di qualsiasi tipo, anche militari, contro le non democrazie che si facciano pericolose: sia perché la democrazia è un diritto dei popoli, anche se soggiogati da regimi non democratici, sia perché ci sono regimi e gruppi aggressivi che vogliono distruggere le Nazioni democratiche: nella realtà esse Nazioni sono l’Iran, l’Arabia Saudita, altre teocrazie del Golfo, e gruppi come Hamas, o veri e propri stati come il Califfato. La democrazia non è pacifismo suicida, ma interventismo valoriale, anche militare, se necessario. Non si tratta di “esportare la democrazia”, cosa a mio avviso che si può tranquillamente fare (l’Afghanistan è un esempio: se gli occidentali non avessero incrementato la produzione di droga e la corruzione, e non si fossero limitati a stanziare fondi che rientravano nelle mani delle multinazionali occidentali la storia degli ultimi anni in quel paese sarebbe andata in modo molto diverso), ma di sostenere e se necessario difendere le democrazie, di disarmare dei regimi fuori controllo e di collaborare con i gruppi progressisti presenti negli Stati soggiogati da dittature. Quando gli iraniani chiedevano democrazia per le strade di Teheran, dov’era Hussein Obama, dov’erano i “democratici occidentali”? Perché non hanno bloccato le importazioni di petrolio da Teheran, che avrebbe provocato la caduta di quel regime in un giorno o comunque lo avrebbe minato per sempre? La democrazia non è per tutti, ma dovrebbe esserlo, e forse ancora una democrazia evoluta non si è vista davvero, nel nostro pianeta. Resta, forte, il rammarico di vedere ancora Israele, in questi giorni dove stiamo per vivere di nuovo il giorno della memoria, accalappiata in un vortice di inaccettabile pressapochismo, dove qualche insediamento mina la concezione stessa della Nazione ebraica nel mondo. Per gli interessi di chi, di qualche stupido costruttore o di qualche estremista religioso accecato dal delirio? Una visione davvero povera di respiro: Sharon, di certo politicamente non una colomba, aveva avuto un visione vera, la visione del politico vero, di quello che può guidare il suo popolo perché aveva visto oltre l’orizzonte del suo tempo e la realtà attuale. Non perdiamo di vista quella visione, adesso che il mondo sta velocemente cambiando e i concetti di Nazione e di Confine stanno tornando ad essere ricchezza ed azione per le democrazie, e non gretta visione di polverosa chiusura.

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